Il veganismo come scacco dell’animalismo – di Rodrigo Codermatz

Fonte: carnivoro.jpg I vegani inneggiano al trionfo perché l’ennesimo supermercato e ristorante in città ha aperto la sua linea vegana e organizza l’aperitivo vegan con passeggiata a piedi nudi sul prato e tuffo in piscina, perché nutrizionisti, biologi, specialisti dell’alimentazione, sportivi, pediatri e salutisti si interessano al mondo vegan, perché affiorano dappertutto serate, happy hour, cocktail, incontri con lo chef e l’esperto vegan, etc. La moda è esplosa! Altroché trionfo! Allarme rosso, invece! Lasciamo pure che l’ingenuo vegano sia accecato dall’entusiasmo e dall’illusione che il mondo stia finalmente ascoltando e prendendo sul serio le sue “bizzarrie”. In realtà ciò che sta trionfando e costituendosi velocemente sotto l’egida del sistema è un nuovo carattere sociale ben definito, un vero e proprio stereotipo atto a screditare le istanze più inquietanti e le ragioni più evolutive e progressiste che stanno alla radice di una scelta diet-etica vegan: istanze e ragioni che si prendono cura dell’animale non più come oggetto (intendendo per ‘oggetto’ il referente della sovranità) ma come l’altro-capace-di-soffrire-e-morire.

Oltre che al trionfo del vegano come consumatore inneggiamo quindi anche alla nascita e all’esplosione demografica di questo stereotipo, di questo essere robotico ben definito, che si fa strumento del sistema per rendere il cittadino ancora più sordo e cieco alla sofferenza animale, all’Inquietante. E’ triste constatare come, mezzi altamente mediatici quali la televisione, la stampa e il cinema siano asserviti al sistema nel “registrare e ridistribuire” questa immagine stereotipata del vegano per farne del business, mentre manchi quasi del tutto un’arte “libera” e di qualità che esprima seriamente e autenticamente la sensibilità animalista. Il vegano è quindi un individuo paranoico-ossessivo seguace della subcultura e dell’immaginario popolare New Age, dell’esoterismo, delle filosofie orientali fino all’antroposofia, delle teorie di Nancy Ann Tappe, di Edgar Chayce, di Alice Bailey, un misantropo che si sente “escluso” con la mania dell’equosolidale, del biologico, del “rigorosamente naturale”, con una propensione a tutto ciò che è esotico e orientale e alla spiritualità. Il sistema gli dà il “benvenuto” preparandogli il suo “angolino” (una riserva) dove trastullarsi e compiere i suoi rituali; lo trasforma in moda, in status-symbol, in un dandy dal portafogli pieno che getta il suo fascino sulla massa che, come ha già notato Vance Packard,1 nell’idealizzazione della classe economicamente superiore, per prima cosa ne emulerà la dieta.

Il vegano come diversità diventa oggetto di tassonomia (il nominare è il primo atto di sovranità già nel mito di Adamo) e reso funzionale soprattutto, anzi, direi esclusivamente per la sua scelta dietetica accanto al crudista, al fruttariano, al bretariano, al pescetariano, al locavoro, all’edenico, al flexetariano, al reducetariano, a quelle che vengono definite le “avanguardie” dell’alimentazione. Ma la storia ci insegna che un’espressione sincera e spontanea di dissenso, di rigetto e di netto, violento e anche aggressivo rifiuto non verso un certo status economico ma, come scriveva Arthur Miller, verso l’ipocrisia di una certa società, dura pochi anni e quando viene denominata “avanguardia” è già riassorbita nel sistema con una certa sua precisa funzione. Attraverso queste “avanguardie dell’alimentazione” il sistema permette e tollera le estremizzazioni, dà l’illusione del radicale, della novità assoluta, del rivoluzionario, dell’alternativo ma soprattutto depotenzia e relega in secondo piano l’Inquietante, lo rende provvisorio, una strada cieca che non porta a nulla, una semplice tappa a metà strada: dà nuovamente per scontato che il veganesimo sia esclusivamente una semplice scelta dietetica e salutista o di gusto: quante volte noi animalisti ci sentiamo dire – ma non sei diventato ancora crudista?- Il sistema ha creato questo percorso: da carnivoro a fruttariano, passando per il vegetarianismo, il veganismo e il crudismo; per il veganesimo come denuncia etica, come ascolto dell’Inquietante, non c’è più posto, è detronizzato definitivamente perché il crudismo e il fruttarianesimo non hanno più alcuna valenza etica. Scelta dietetica, il veganesimo, accompagnata da una paranoica preoccupazione, ansia, inquietudine nevrotica di star male, di essere insani, denutriti, ossessione di giustificare e ‘normalizzare’, ‘culturizzare’ fare accettare e inserire nella normalità la propria cucina2 su cui il sistema fa leva per detronizzare e riassorbire le istanze animaliste: egli gioca la sua carta e tenta la neutralizzazione dell’Inquietante sul piano dell’alimentazione. Infatti c’è un netto, continuo e inesorabile riassorbimento di certo veganesimo nato dichiaratamente da seri e autentici intenti animalisti nel salutismo, nelle scienze dell’alimentazione, nella gastronomia, una certa deriva nell’estetismo perché questa è la lingua del sistema e, purtroppo, la nostra lingua madre che spesso ci tradisce mascherando o confondendo le nostre convinzioni più profonde, le nostre emozioni, le nostre sensazioni, le nostre motivazioni. Certo, potremmo usarla strategicamente per ammaliare l’uditorio e parlargli poi della sofferenza animale; ma la partita sarebbe un eterno pareggio e noi non saremmo che l’eco e la cassa di risonanza della metafisica del sistema centrata su l’Ego e la sua onnipotenza narcisistica e allucinatoria quale terreno fertile per una logica della sovranità. Poi c’è un secondo aspetto di cui ho già parlato in Veganesimo e famiglia:3 presentarsi come vegani animalisti nella nostra società è problematico e spesso genera situazioni interpersonali disarmoniche, per usare un eufemismo, atmosfere tese, per non dire di vere e proprie situazioni di scontro aperto e di manifesta conflittualità e ostilità. Il bisogno di sicurezza interpersonale, ossia la necessità fisiologica-culturale per entrambe le parti di rendere gestibile l’ansia nata da tali situazioni, apre una “zona franca” dove le parti patteggiano come dinnanzi ad un giudice di pace, si vengono incontro, smussano gli angoli e si accordano su provvisori e fragilissimi punti d’appoggio su cui tentare un possibile incontro, un goffo volo: è un concedere, senza convinzione, un minimo consenso come il sì che si dà al matto, un graziare. Da qui molte forme di comportamento difensivo che portano a inconsapevoli e inconsci spostamenti del nucleo comunicativo, a omissioni, distorsioni, disattenzioni, a veri e propri deragliamenti e alabardate del pensiero e del discorso. In un confronto interpersonale, passare inconsapevolmente dal più convinto animalismo al salutismo, magari con l’effetto involuto di pompare l’egotismo del nostro interlocutore, è quindi un rischio che sta sempre dietro l’angolo: è il modo più semplice di ricomporre la situazione interpersonale forse compromessa con l’esserci presentati come vegani per motivi animalisti. E’ un esempio di un difensivo spostamento del nucleo comunicativo: si passa senza accorgersene a parlare del nostro benessere quando l’argomento che ci stava a cuore era la sofferenza e la morte animale. Così può succedere che l’intento animalista originario si dissolva in una metastasi di schegge impazzite di opinioni e cognizioni spesso disorientate e confuse, in una lotta intestina che porta al completo riassorbimento di ogni sua valenza critica e dialettica. Questa tendenza, questa deriva del vegan-ismo sembra inevitabile, incontrollabile, è partita per la tangente, è centrifuga. Abbiamo parlato di moda ma questa non è che la ricezione e l’eco nella massa di questa preoccupazione e ansia nevrotica di star male che già a monte nasce come proiezione adesiva e mimetizzante del vegano nel contesto sociale.

Ma cos’è questa preoccupazione e ansia nevrotica di star male, di essere insani e denutriti che a mio parere spinge il vegan-ismo alla deriva, in alto mare, lontano dalla terra ferma dell’animalismo? Cosa è questa “presa” che il vegano offre al sistema? Come abbiamo già analizzato in Veganesimo e famiglia, ogni gruppo minimo di confronto (quale può essere la famiglia, i colleghi, gli amici, i vicini, i conoscenti) tende, attraverso dinamiche transferali reiteranti la figura della persona più importante, a rafforzare e fissare quelle strutture di scambio che sono già state omologate e vissute come sicure ossia dov’è ridotta al minimo o per lo meno resa sopportabile la possibilità di uno stato ansioso. E poiché le figure e il contesto transferale appartengono al periodo dell’infanzia, le strutture e le dinamiche interpersonali rimarranno infantili e si ripeteranno uguali lungo tutta la nostra esistenza. Il gruppo diviene così nexus ossia una situazione interpersonale di massima sicurezza e collusività, di massima corrispondenza e coincidenza dei suoi membri; visto dall’esterno, un vero e proprio complesso che presentandosi, in quanto forma, vera e propria fissazione di una tappa dello sviluppo psichico e, come attività, ripetizione spesso inadeguata davanti ad un certo tipo di esperienza che la trascende, spesso resta carente rispetto ad una situazione reale. Così viene stabilita una continuità psichica tra le generazioni che noi abbiamo definito cultura.4 Il nexus come gruppo-situazione interpersonale sicura è quindi pre-struttura e complesso in quanto ripete inconsciamente una realtà inadeguata invece di operare un’oggettivazione superiore. Nella sua eccedenza di sicurezza e prevedibilità, di tranquillità e familiarità, il gruppo funge, per usare una metafora, da oggetto esterno ancora parziale con funzione di contenitore, da seno gabinetto in grado di espletare la sua funzione anaclitica di accogliere e contenere le proiezioni evacuative della parte del sé che sta ancora brancolando in uno stato indifferenziato di non-integrazione, disgregazione e dispersione. Se il gruppo, come oggetto parziale, riceve ciò che il soggetto espelle (ansia), allo stesso tempo glielo restituisce in modo nutritivo (=sicuro, libero dall’ansia) configurandosi come seno. Il bisogno di sicurezza interpersonale, che risponde al bisogno di reperire un oggetto contenente da introiettare, ossia alla frenetica ricerca di un oggetto da introiettare capace di attirare l’attenzione (gratificare) e di essere quindi sperimentato seppur momentaneamente come qualcosa che tiene insieme le componenti del sé è, in questo senso, l’introiezione e l’identificazione proiettiva della funzione contenitiva del gruppo-seno: è pelle. Il bisogno di sicurezza interpersonale come pelle integra il sé e il proprio corpo: per questo possiamo affermare che, in sostanza, il nostro corpo è integrato dalla cultura (gruppo) e che senza la pelle come introiezione e vissuto della funzione contenitiva del gruppo, vivremmo in uno stato di non-integrazione (ansia), di disgregazione e dispersione corporea. La pelle è vissuto di essere-contenuto, sostenuto, abbracciato e cullato dal gruppo come situazione interpersonale sicura, mentre il mondo ci è presentato in un’immagine distorta della realtà, nell’immagine paratassica e ideologica di un giardino d’infanzia che va a rafforzare la nostra onnipotenza allucinatoria. La situazione interpersonale sicura come gruppo è il capezzolo in bocca in quanto oggetto contenente ideale che viene introiettato come pelle ossia come illusione onnipotente dell’unità madre-bambino “tutto bocca-tutto pancia” come primo nucleo organizzativo del sé e area di integrazione. L’integrazione e l’organizzazione del sé avviene sulla base del bisogno di sicurezza interpersonale che si configura quindi come esoscheletro per aderire al gruppo come pelle comune. In questa situazione non c’è possibilità di svezzamento; al contrario è il gruppo-seno a risucchiare il sé: la situazione-interpersonale sicura e la società/sistema come enorme mammella invasiva è il capezzolo soffocante offerto alla bocca aperta dell’individuo che si caratterizza come eterno lattante fagocitante e in questo suo fagocitare aderisce al gruppo come pelle comune, come onnipotenza allucinatoria. L’invasività del seno diviene adesività e questa è la prima forma di dipendenza per l’individuo che per l’appunto, attraverso il gruppo-seno, aderisce alla società stessa nel suo carattere più proprio, il fagocitare.5 L’individuo risucchiato dal nexus-gruppo-seno è costantemente preoccupato di cadere in stato di disgrazia, di essere allontanato dalla mammella e di rimanere denutrito: il salutismo è l’aggrapparsi al seno e l’estetismo è l’aggraziarselo.

Nessuna moda in esplosione quindi: né quella vegana, né quella dell’arte culinaria con le vetrine delle librerie strapiene di libri di ricette e tutte le programmazioni televisive sature di chef e di rubriche di cucina: nessuna moda dietro ai corsi di cucina pubblicizzati per le strade e i super-eroi del nostro tempo i vari Gordon Ramsey, Joe Bastianich etc.; semplicemente il nostro totale aderire al carattere fagocitorio del sistema come risucchio depressionario del vuoto e la noia in cui l’individuo medio cade quando non partecipa (=quando non adempie alla sua funzione seriale all’interno del gruppo sociale). A questo punto è ben chiaro che, nell’esplodere trionfante di questo imperialismo salutista a cui fanno eco centinaia di social network sedicenti vegani (ossessionati dal cibo e dalla salute che limitano il loro animalismo e attivismo ai “mi piace” e a fasulli e inattendibili “parteciperò”) e un vero e proprio business di certificazioni (vegan-sì, vegan-no, vegan-sù, vegan-giù, vegan-questo, vegan-quello) così ipocrite e in malafede da garantire, dietro compenso, un prodotto finito ma non l’intero iter di produzione, in questa nuova realtà sociale in cui il meatless monday di Brian Kateman, in meno di dieci giorni, ha spillato dalle tasche dei “poppanti” ben 20 mila dollari, non c’è più posto per l’Inquietante e per il vero animalismo. Se il sistema, la violenza e la logica sovrana comandano e governano attraverso il nome (nel nome del padre, in nome di Dio, del Re, in nome della legge, all’inizio c’era il Verbo e il Verbo era presso Dio, etc.) non ci resta altro che rifiutare o per lo meno non riconoscerci più, non farci più riassorbire dal nome, rifiutare la tassonomia. E’ più che evidente che il sistema è riuscito ad epurare il termine “vegano” da ogni valenza decostruttiva e imputante (in senso giuridico), da ogni istanza destabilizzante ed evoluzionista, da ogni senso critico e dialettico: l’ottimismo imperante tra i vegani ne è una prova; Rasmus Rahbek Simonsen scrive: “Non vedo, però, come e perché una ‘fantasia’ di speranza e di ottimismo possa mostrarci meglio la via verso un futuro finalmente queer rispetto a una negatività”.6 Come ne è una prova la loro smania di rendere normale e “culturale” la dieta vegana negandone l’effettivo carattere perturbant o troublant o ancora queer, in quanto “foriero di eventi imprevedibili”. Altrettanto è chiaro che il termine “vegano” sta sempre più connotando una realtà che sta tramutando in consumismo la lotta per la liberazione di ogni essere vivente, e che, in fondo, non è che una nuova forma di falso-bisogno quale prigione e schiavitù non solo dell’animale ma anche dell’uomo stesso. Animalisti! Oggi il termine “vegano” non denota più i nostri valori, non esprime più le nostre idee e convinzioni ma va a raggruppare e designare una fetta sempre più grande e in rapida crescita di persone dalle idee molto confuse, disinformate o malinformate per malafede o ingenuità, dalle opinioni e competenze dubbie; il nome ci sta stretto: il sistema ne ha fatto la nostra “acqua alla gola” e con esso ci tiene in scacco. Usciamo da questa impasse, scrolliamocelo di dosso e, facendo il gioco del sistema, riduciamolo alla nostra semplice scelta dietetica che può senz’altro essere anche quella di un salutista o di chiunque altro. L’animalismo è una realtà che trascende il veganismo per cui questo non è che il punto di partenza non una tappa o il traguardo finale; quindi dobbiamo imparare a non voltarci più quando si parla di veganismo per non averne fradice le ossa, ma a tenere lo sguardo e l’udito sempre rivolto alla chiamata dell’Inquietante.

Rodrigo Codermatz

1 V. PACKARD, I persuasori occulti , 1957 2 RASMUS RAHBEK SIMONSEN, Manifesto Queer Vegan, 2014 3 R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014 4 J. LACAN, I complessi familiari, 1938 5 Eloquente il cortometraggio muto di EVHEN MAKAROV Prodanyi Apetyt, UkrSSR 1928 6 RASMUS RAHBEK SIMONSEN, Manifesto Queer Vegan, 2014

They posted on the same topic

Trackback URL : http://it.vegephobia.info/index.php?trackback/47

This post's comments feed