In televisione nutrizionisti occhialuti ripetono forsennatamente che i vegan rischiano la carenza di ferro, con la drammatica conseguenza di perdere denti e capelli. Questo tema, oltre a far venire i brividi per le terrificanti ripercussioni estetiche, è in grado evocare tragici scenari a livello salutistico. Ultimamente, stando alle nefaste narrazioni scientifiche, sembra che anche la salute sessuale sia spietatamente compromessa per i vegetariani. Mangiare carne, magari una bella bistecca, magari al sangue, pare roba da duri, mica da poveri emaciati esserini sdentati e senza capelli che strillano flebilmente w gli animali. Non è probabilmente un caso che in una cultura patriarcale come la nostra rifiutarsi di uccidere esseri senzienti per mangiarne le carni costituisca a livello simbolico un attentato alla propria o altrui virilità. Nonostante si tratti di una superstizione pura e semplice, questa associazione fra il cibarsi del frutto della violenza e la forza sessuale sembra persino più forte dell'evidenza scientifica, che invece evidenzia come i vegetariani godano di una salute buona e facciano una vita normale come tutti. Il collegamento fra consumo di carne e virilità è un luogo comune vecchio come il mondo, che nasce sul piano simbolico, culturale, politico e che oggi finge di avvalersi di motivazioni scientifiche. Consumare carne come azione da valorosi, mentre mangiare l’insalatina come faccenda da donne delicate e deboli. Stereotipi sessuali che evidenziano i rapporti di prevaricazione, non solo dell’uomo sugli animali, ma anche del maschio sulla donna.

In questo panorama incoraggiante non potevano mancare i giornalisti, che nei loro accattivanti articoli ci descrivono come esuberanti pazzoidi che passano ore a cucinare la verdura (ma quando mai?), come se stessimo a saltellare armoniosamente tra i fiori, simili a tanti hippies fantasiosi, seguaci della filosofia new age. Veniamo dipinti come ipersensibili e bonaccioni idealisti, non come fermi sostenitori della libertà animale. Tematica troppo ridicola per essere presa sul serio, troppo "ideologica".

Scarcastica invece l’aneddotica sulla vita quotidiana dei vegetariani, ricca di spunti degni di una barzelletta di Pierino, soprattutto con la frase cult, dalle evidenti quanto inspiegabili pretese di originalità: “Perché non mangi una bella fiorentina?!”. La casistica è sicuramente curiosa, ma sappiamo con certezza che non sono i vegetariani a interessare queste evidenti resistenze culturali, camuffate da nutrizionismo.

Il ridicolo, la disapprovazione, la negazione, non sono per noi veg*ani. Sono gli animali i veri destinari delle risatine e delle battute spiritose, della disapprovazione, della negazione. Si ride perché c’è qualcosa di grottesco e di buffo che suscita lo scherno. Il ridicolo nasce dalla contrapposizione tra i discorsi sulla dignità animale da una parte e l’immaginario sugli animali dall’altro, nel quale sono sostanzialmente buffi fantocci dalle cosce succulente, imbecilli senza ragione, masse di carne con cui non si interloquisce, essendo considerati oggetti e null'altro. Corpi spellati e conciati in pezzi, violentemente manipolati, ridotti a un mucchio di braciole, filetti, prosciutti, bistecche, oggetti di uso comune, disseminati nella quotidianità, su cui la sola possibilità di discorrere di alti valori morali suscita il sorriso come se parlassimo della sensibilità dei temperamatite o dell’intelletto dei cavatappi.

Ridere degli animali è uguale a negare di prenderli sul serio, escludere di considerare la loro dignità. Semplicemente, si respinge l’idea che esista una questione animale su cui riflettere. Ripudiare che esista la possibilità di nutrirsi in modo vegan significa solo negare che uccidere gli animali è una scelta, non un obbligo. Vuol dire negare a priori la possibilità che di essi si possa discorrere in termini morali e politici.

Ci teniamo a sottolineare che siamo vegetariani perché intendiamo riconoscere agli animali il bisogno di vita, di libertà, di pace. Ma non la libertà di cui tanti allevatori biologici parlano, pubblicizzando i loro prodotti e dicendo che non causano sofferenza perchè derivano da “animali liberi di pascolare” - ma di fatto costretti allo sfruttamento del loro corpo e uccisi, al termine della "carriera" produttiva - . Noi parliamo di rispetto assoluto della vita degli animali, esattamente come quando si parla di rispetto assoluto della vita umana.

Vegefobia è ridicolizzare i vegetariani per ridicolizzare gli animali. Vegefobia è negare la possibilità della dieta vegetariana per negare la possibilità di parlare di animali come persone sensibili, che hanno dei bisogni - di vita, di libertà, di pace - che è ora di riconoscere e rispettare. Vegefobia vuol dire colpire i vegetariani per colpire gli animali, sfottere i vegetariani o ignorarli per sfottere o ignorare gli animali.

Carenza di ferro permettendo, alziamo la voce, e a questo NO secco contro la loro libertà, la loro vita, la loro dignità, opponiamo un altro No, ancora più forte, ancora più deciso. Ormai ci siamo capiti. Ridicolizzare i vegetariani e negare la dieta vegetariana è solo una scusa. Ciò che davvero esiste è una severa, violenta ridicolizzazione degli oppressi, un’aggressiva negazione dei problemi che la loro questione solleva, una rigida opposizione contro gli animali.